DIAMO LA PAROLA AI VOLONTARI EVS?!


Che cosa si intende per Europa? Chi si sente cittadino europeo oggigiorno? E chi cosmopolita?

In questo 2019 in cui i mass media portano avanti in molteplici modi il pensiero dei populisti, mettendo avanti una nazionalita’ invece che un’altra, fatemi alzare la testa e spiegarvi perche’ ringrazio ogni giorno di essere una cittadina europea.

Scrivo ora questo articolo in cui, vi avviso, saro’ prolissa, in quanto mi sono stancata di vedere sprecati tanti talenti, tante energie, tante conoscenze e competenze.

Scrivo perche’ ho testato con mano cio’ di cui parlo, ed ora mi sono arresa momentaneamente nella Guerra contro i mulini a vento, perche’ non posso essere da sola a combattere. Non solo perche’ mi sono stancata, ma perche’ da sola non ho le capacita’ finanziarie per realizzare quelli che era fino a qualche anno fa il mio sogno.

Si, avete capito bene: il problema principale che mi impedisce di realizzare il mio sogno e’ il denaro, o meglio la sicurezza che da’ percepire uno stipendio stabilito a priori per un totale di ore ben definito. Quando si lavora si sottrae tempo alla propria meta’, ai propri figli, ai propri parenti e amici, per cui ne deve valere la pena. Non sono piu’ disposta a sacrificare relazioni interpersonali per un lavoro non sicuro e senza i diritti dei lavoratori per cui mio nonno ha lottato aspramente.

Qualcuno potrebbe pensare che le parole qui scritte siano di una persona “choosy”, che vuole la celeberrima “botte piena e moglie ubriaca”, ma contesto subito il vostro pensiero: ero ben consapevole che una laurea in lettere moderne e una specialistica – pardon, magistrale – in culture moderne comparate – mi avrebbero aperto poche porte a livello lavorativo, per questo ho cercato di unire allo studio universitario anche delle esperienze lavorative (denominate oggigorno, a mio avviso erroneamente, di volontariato). I progetti in cui ho avuto il privilegio di essere stata selezionata furono in particolar modo due: uno nazionale, a Torino, presso le biblioteche civiche torinesi, e l’altro grazie all’Europa, in Romania, presso l’organizzazione ANMRF BRAILA.

Se grazie alla prima esperienza ho imparato la catalogazione DEWEY, che gia’ conoscevo precedentemente in quanto studentessa universitaria e frequentatrice di biblioteche; a gestire le operazioni di prestito e restituzione libri e non solo; la creazione di tessere bibliotecarie per adulti e bambini, sia mediante programmi informatici sia manualmente; a consultare il sito delle biblioteche civiche torinesi tenendomi informata sugli eventi per bambini e ragazzi realizzati all’interno di esse; ho conosciuto il progetto di alfabetizzazione internazionale per bambini chiamato Nati per leggere, a cui non collaborano solo le biblioteche bensi anche le librerie e i pediatri; Si, avete letto bene, il progetto Nati per leggere e’ un progetto internazionale in quanto nacque in America dov’e’ chiamato Born to read e per una volta nella vita sono soddisfatta che l’Europa abbia importato qualcosa dagli americani.

Cosa imparai invece, vi chiederete, nel 2013 quando, terminate gli studi universitari, decisi di impiegare il mio anno da neo laureata rispolverando la lingua inglese per comunicare con le persone attorno a me e in ambito lavorativo?

Beh, innanzitutto ricominciai a realizzare laboratori in biblioteca destinati a bambini e a ragazzi, cercando di trasmettere le caratteristiche migliori del mio paese natio, l’Italia (e per far cio’ mi avvalsi delle conoscenze apprese durante l’esame di teatro d’animazione in cui studiai la differenza tra burattini e marionette e la loro storia); esportai i video caricati su youtube della famiglia Benvenuti, uno sceneggiato degli Anni Sessanta, e de Il giornalino di Gian Burrasca con Rita Pavone. Ho avuto l’onore di intervistare persone anziane chiedendo loro di ricordare la Seconda Guerra Mondiale e l’immediato dopoguerra, perche’ ci siamo dimenticati che a fare la guerra non esiste un vincitore.

Il mio progetto si chiamava Linking generations ed era perfettamente in linea con la tesi di laurea che scrissi per concludere i miei studi universitari, in quanto analizzai il rapporto fra generazioni diverse e in che modo la television italiana lo rappresento’ negli anni Sessanta e nel primo decennio del secolo successivo.

L’unica competenza che mi ha permesso di conquistarmi poche briciole, con cui pero' sono stata in grado di formare finalmente una famiglia, naturalmente non in Italia, fu aver appreso a parlare e a comprendere il rumeno: ora riesco a comunicare con i rumeni che incontro nel mio cammino e cio’ rende un po’ meno amara la delusione che si prova quando, dopo tutti i colloqui effettuati negli ultimi sei anni, nessuna delle persone di fronte a me erano a conoscenza dell’esistenza dello Youth Pass, il certificato rilasciato al termine di un’esperienza FINANZIATA dall’Unione Europea.

La rabbia sale quando le scelte politiche dei governanti del mio paese natio, nel quale non vivo piu’ da 3 anni e non ho intenzione di ritornare a vivere per il resto dei miei giorni, sono improntate essenzialmente a perpetrare la svalutazione di queste esperienze e a non incentivarne la conoscenza da parte dei giovani che potrebbero usufruirne, malgrado i volontari delle precedenti edizioni lo abbiano segnalato a piu’ riprese (e sono stata presente all’incontro tenuto a Milano nel 2014 con il Direttore generale dell’Ang).

Se scrivo questo articolo, pero’, e’ perche’ alla rabbia e’ stata sostituita la consapevolezza di non essere stata precedemente nella posizione migliore per lavorare nel campo in cui avrei voluto indirizzare la mia vita. Ora che ho una, seppur labile e modesta, posizione lavorativa, mi piacerebbe porre le basi per la creazione di una emittente televisiva in grado di portare avanti le storie del mondo che avevo iniziato a leggere ai bambini torinesi durante il servizio civile 2008/2009 e le storie italiane come la sirena di Palermo di Rodari e Pinocchio di Collodi raccontate ai bambini rumeni nel 2013.


Le storie da raccontare oggi sono tante, e molte provengono dall’Africa: vi e’ per esempio Meteku’, dall’Eritrea, la cui capitale e’ stata definita la piu’ bella citta’ dell’Africa – non e’ un caso, dato che fu costruita durante il colonialismo italiano -, o ancora realizzare degli incontri con Wole Soyinka, l’unico premio nobel per la letteratura africano, il quale puo’ spiegare le caratteristiche degli Yoruba, e Chimamanda Ngozi Adichie, scrittrice nigeriana Igbo, con la quale parlare di Chnua Achebe, del Biafra e della condizione della donna in Nigeria e del perche’ dovremmo tutti essere femministi.


Il modo per realizzare un progetto del genere, forse, ci sarebbe, ma ho bisogno di qualcuno che sia residente in Italia e che mi aiuti a portare avanti queste idée: http://www.fermenti.gov.it/strumenti/


People from different parts of the world can respond to the same story if it says something to them about their own history and their own experience.“ — Chinua Achebe, There Was a Country: A Personal History of Biafra

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